Stereotipi di genere, il cambiamento del giornalismo parta dalle parole
La violenza nei confronti delle donne è un fatto culturale. Assumiamoci le nostre responsabilità. E’ indispensabile formare chi si occupa di informazione.
5 minuti di lettura
A che cosa serve l’Ordine dei giornalisti se i mezzi d’informazione continuano a promuovere stereotipi di genere e pornografia del dolore?
Me lo chiedo anche io, che da due anni ricopro la delicata (e gratuita) carica di consigliera a Giovani, nuovi giornalismi e pari opportunità dell’Odg lombardo. Eppure continuo ad essere convinta che l’informazione debba essere strumento di cultura e di sviluppo di senso critico della società.
Sempre più lettori e lettrici si allontanano dai media tradizionali perché disgustati dalla continua spettacolarizzazione della violenza di genere, dalla superficialità e dal qualunquismo dei contenuti proposti. Ne è un esempio il lessico amoroso per descrivere la relazione vittima-carnefice. Eppure sarebbe così facile fare meglio. Basterebbe mettere in pratica quelle poche e semplici indicazioni contenute nell’articolo 5 bis del Testo unico dei doveri del giornalista, il compendio deontologico che i giornalisti sono tenuti a rispettare nell’esercizio della professione.
Fonte foto: Ordine dei giornalisti https://www.odg.it/pochi-principi-per-contrastare-la-violenza/53230
L’articolo 5 bis ‘Rispetto delle differenze di genere’ è entrato in vigore l’1 gennaio 2021: è stato elaborato dal Gruppo di lavoro Pari opportunità del Consiglio nazionale dell’Ordine dei giornalisti. Si tratta di poche e semplici indicazioni. Prevede che nei casi di femminicidio, violenza, molestie, discriminazioni e fatti di cronaca, che coinvolgono aspetti legati all’orientamento e all’identità sessuale, il giornalista:
a) presti attenzione a evitare stereotipi di genere, espressioni e immagini lesive della dignità della persona;
b) si attenga a un linguaggio rispettoso, corretto e consapevole, all’essenzialità della notizia e alla continenza
c) non alimenti la spettacolarizzazione della violenza
d) non usi espressioni, termini e immagini che sminuiscano la gravità del fatto commesso
e) assicuri, valutato l’interesse pubblico alla notizia, una narrazione rispettosa anche dei familiari delle persone coinvolte
Le parole sono gli strumenti di noi giornaliste e giornalisti: impariamo a usarle in modo corretto. Non è sempre semplice applicare l’articolo 5 bis. So che ciò significa mettersi in gioco, prendersi del tempo, rivedere le proprie abitudini e, soprattutto, scontrarsi con i propri superiori. Ho lavorato anni in un’agenzia stampa occupandomi prevalentemente di cronaca nera e giudiziaria, e ho ben presente le richieste tartassanti e inopportune dei capi: dalla corsa morbosa alla ricerca delle foto sui social di vittima e carnefice all’appostamento telecamera in mano sotto casa dei parenti con il cadavere ancora caldo a chiedere: “Come ci si sente?”. Rabbrividisco ancora, e sono fiera di me stessa per essermi più volte opposta a linee di narrazione in contrasto con la mia etica. Prendiamoci questa responsabilità, collettivamente però, in modo tale che non sia il singolo a farne le spese ma il gruppo a farsi forza. Anche perchè, oltre al martirio, il singolo non va da nessuna parte.
La mia proposta formativa
Ricordiamo poi che il Testo unico è alla base della formazione professionale continua dei giornalisti. Per chi non lo sapesse, è obbligatoria per legge per tutti gli iscritti all’Ordine, sia pubblicisti che professionisti. Per l’assolvimento dell'obbligo formativo si devono acquisire 60 crediti nel triennio di cui almeno 20 deontologici. Sta al singolo o alla singola giornalista scegliere quali frequentare, in presenza e online, in diretta o on demand. Ce ne sono per tutti i gusti ed esigenze, dai corsi sui nuovi media alla libertà di stampa, dai temi scientifici a quelli giuridici. Nei crediti deontologici sono inclusi i corsi dedicati al codice rosso, all’hate speech, al linguaggio sessista.
L’elenco dei corsi è consultabile sulla piattaforma dell’Ordine.
Accedere è semplice, anche con Spid. In home si può verificare l’anagrafica, il numero di crediti maturati e i corsi effettuati. Cliccando alla voce ‘Corsi disponibili’ comparirà una griglia con la proposta formativa. È possibile fare una ricerca per titolo, organizzatore, modalità di erogazione (in presenza, webinar, on demand), materia e tipologia. Per ciascun corso viene specificata la data di chiusura delle iscrizioni, la quantità di crediti elargiti, se deontologici o non, il numero di posti disponibili, l’eventuale lista d’attesa (anche per quelli online) e il costo. La maggior parte dei corsi sono gratuiti, e quando a pagamento la cifra è nella maggior parte dei casi simbolica.
Il problema delle donne ammazzate perchè donne non più emergenziale ma strutturale. Per questo sarebbe utile rendere obbligatoria la frequenza di almeno un corso formativo su linguaggio e violenza di genere per triennio. Chi si occupa di cronaca nera e giudiziaria non può improvvisarsi esperto del settore; chi scrive un articolo d’opinione sui temi di genere non può non avere una formazione adeguata. Chi viene invitato nelle trasmissioni televisive a commentare i fatti deve conoscere ciò di cui parla. La violenza contro le donne è un fatto culturale. Paradossalmente questo è un vantaggio: cambiando cultura il problema può essere risolto. Nel caso del giornalismo il cambiamento avverrà usando le parole giuste.
Chi sta facendo bene
Ci sono colleghe impegnate su questo fronte che stimo e ammiro. Oggi vi parlo di due di loro, Corinna De Cesare e Stefania Prandi.
Corinna De Cesare dopo quindi anni al Corriere della Sera ha fondato The Period off, spazio libero dalle dinamiche della stampa generalista. ‘Period’ in inglese significa ciclo mestruale, ma anche punto a capo: il nome viene in mente a Corinna De Cesare dopo aver visto il documentario premio Oscar ‘Period, end of silence'. In origine, nel 2019, era una newsletter; oggi è un gruppo di autrici accomunate da un approccio femminista e internazionale.
Stefania Prandi si interroga su cosa rimane dopo la violenza di genere e sugli effetti delle narrazioni tossiche dei media. Nel libro ‘Le conseguenze. I femminicidi e lo sguardo di chi resta’ racconta gli esiti del dominio degli uomini sulle donne attraverso le voci di chi sopravvive: figli, figlie, madri, padri, sorelle, fratelli. Un reportage lungo tre anni, lontano dal sensazionalismo e dalla retorica.
Il lavoro di entrambe insegna quanto sia necessario un giornalismo che restituisca dignità alle persone di cui tratta, anche dentro una situazione drammatica; un giornalismo che non utilizzi parole e immagini per cavalcare l’onda emozionale del lettore. Ciò implica una narrazione ragionata, spesso più lenta della rapidità imposta dall’attuale sistema informativo predominante. Ma con che risultati?
Nell’ultimo anno in Italia è stata vittima di femminicidio una donna ogni tre giorni. Nell’ultimo anno il nostro Paese nella classifica per parità di genere è sceso dal 74esimo posto nel mondo al 79esimo. Ogni giorno scriviamo e raccontiamo di stupri, arresti, interrogatori, ritrovamento di cadaveri. Ne scriviamo, ma come?
“Anche nelle recenti sconvolgenti vicende abbiamo letto o ascoltato ancora le parole ‘amore’ e ‘gelosia’, ‘era un bravo ragazzo’ associate ad un femminicidio”, ha di recente sottolineato il Coordinamento per le pari opportunità dell’Ordine nazionale dei giornalisti. Le testate sono schiave del click baiting, i titoli sono morbosamente accattivanti, le foto ammiccanti, i testi intrisi di un linguaggio violento che discrimina. E i crimini vengono narrati, salvo eccezioni, dal punto di vista del colpevole.
Non è un caso che Gino Cecchettin, padre di Giulia, vittima di femminicidio a 22 anni, al funerale della figlia ha rivolto un appello agli uomini e alle famiglie, alle istituzioni, alla scuola, alla politica e anche al mondo dell’informazione “per combattere il patriarcato, insieme”. Ognuno deve prendere coscienza e assumersi le proprie responsabilità.
Funerali Giulia Cecchettin, le parole del padre Gino: il discorso pronunciato in chiesa
Fonte: Local Team - Youtube
Se ti è piaciuta la newsletter e vuoi sostenere il mio lavoro puoi offrimi un caffè.
Penso che la spettacolarizzazione del dramma appaghi ancora molto di più di quello che si possa pensare la curiosità morbosa che guida l'essere umano.
La TV e certa carta stampata è utilizzata da chi non riesce a non fare a meno di ciò.
Chi non è guidato da questi desideri non guarda e non guarderà mai programmi che spettacolarizzano il dramma e non compra o comprerà mai giornali irrispettosi. Ma i programmi e i giornali offrono ciò che il loro pubblico chiede.
Non si può pensare che la Gazzetta dello sport da domani smetta di occuparsi di sport o che chi compra la Gazzetta lo faccia per cercare news su Sanremo.
Il prodotto becero esisterà sempre fino a che esisteranno consumatori beceri. La formazione professionale è importante ma non può essere slegata dalla realtà del consumatore. Dietro i giornali e la TV c'è business, non Onlus.
Giorgio