«Solo molto fumo»: se il patriarcato in redazione nega se stesso
La stampa è (ancora) dei maschi? La realtà delle molestie e chi si ostina a non vederla.
Non immaginavo di chiudere il mio anno formativo per l’Ordine dei giornalisti della Lombardia così. Scena: Milano, venerdì di fine giugno, percepiti 45º all’ombra. Centralissima sede Anci, spazio al piano superiore del Teatro Piccolo in via Rovello. Le relatrici scelte per il corso di formazione per giornaliste e giornalisti organizzato da me come sempre impeccabili: le colleghe Paola Rizzi, vicepresidente di GiULiA Giornaliste, Veronica Deriu della Cpo FNSI (Commissione Pari opportunità Federazione nazionale della stampa, il nostro sindacato), Stefania Prandi e Alessia Bisini per ‘Espulse - La stampa è dei maschi’. Sì, le stesse che per Irpi Media hanno condotto le inchieste ‘Voi con queste gonnelline mi provocate’ e ‘Violenze sessuali, molestie e abusi nelle redazioni dei media italiani’.
Torniamo al corso. Quaranta persone in sala. Per un’ora e mezza le relatrici affrontano il carattere sistemico delle discriminazioni di genere nel mondo del giornalismo, il contesto in cui si verificano le violenze, gli strumenti di tutela e deontologici per rompere il silenzio. La quotidianità di molte giornaliste italiane, assunte e freelance, soprattutto (ma non solo) a inizio carriera è fatta di molestie e ricatti.
Per i dati completi vi rimando all’inchiesta pubblicata da Espulse su Irpi Media (è loro lo schermino qui sopra) e all’indagine Cpo-FNSI sulle molestie in redazione alle giornaliste.
Parliamo anche di salute mentale, del danno economico e sociale derivante da dimissioni forzate e interruzioni di carriera: tentativi di suicidio, ricorso a psicofarmaci, abbandono della professione.
A metà incontro, della durata totale di tre ore, viene proposto un esercizio: suddividersi in piccoli gruppi e pensare a un episodio di molestia di genere a cui si è assistito nel corso della propria vita lavorativa.
A quel punto un giornalista, uomo sulla sessantina, si alza e prende la parola:
“In 30 anni di professione non ho mai visto queste cose”.
Poi, facendo riferimento alle slide che citavano numeri, definizioni e studi su che cosa sono le molestie sessuali e la violenza sul lavoro, aggiunge:
“Non mi sono mai accorto di nulla. Dubito sia come la raccontate voi.
Quale realtà rappresentate?”.
A quel punto, una giornalista alza la mano e dice: “La mia, rappresentano me”. Altre, sempre donne, fanno lo stesso, mano alzata e “rappresentano me, sono qui”.
Un collega uomo, qualche fila più avanti, infastidito alza la voce:
“Sono parole buttate là” e “ho ascoltato solo molto fumo”
Un terzo borbotta cose con tono indignato: nell’intervallo mi spiegherà che, da avvocato pubblicista, è convinto dell’inesistenza del reato di femminicidio. Come se l’Articolo 577 bis Codice Penale (R.D. 19 ottobre 1930, n. 1398) se lo fossero inventate le femministe: “Chiunque cagiona la morte di una donna quando il fatto è commesso come atto di odio o di discriminazione o di prevaricazione o come atto di controllo o possesso o dominio in quanto donna, o in relazione al rifiuto della donna di instaurare o mantenere un rapporto affettivo o come atto di limitazione delle sue libertà individuali è punito con la pena dell’ergastolo (…)”.
Mala tempora currunt. Siamo sulla strada giusta, ci siamo dette. Il senso di parlarne e continuare a fare divulgazione sta tutto in quel “in 30 anni di professione non ho mai visto queste cose”. Da una parte, nessuna vittima deve più restare sola; dall’altra sono finite le scuse per dire “non sapevo”.
Con il corso ‘Violenze, molestie e abusi nelle redazioni dei media italiani: prevenzione, dati e strumenti di difesa’ si è chiuso, per me, un anno formativo del mio nuovo mandato all’Ordine dei giornalisti della Lombardia di cui sono tesoriera d consigliera con delega a Giovani, giornalismi, freelance e pari opportunità.
Dai discorsi d’odio, etica e deontologia, comunità marginalizzate e linguaggi inclusivi, passando al giornalismo nelle aree di crisi, precariato, spyware, Slapp, gli strumenti di azione e tutela, fino alle minacce di genere: sono stati per me mesi di corsi intensi, a cui si è aggiunta la costituzione dell’Osservatorio Pari opportunità dell’OgL. Molto di più si poteva fare, sicuramente meglio, ma per una volta sono (almeno) un po’ soddisfatta. Soprattutto sono contenta della rete che si sta creando attorno a temi fondamentali per la professione giornalistica.
La fase progettuale per il prossimo autunno/inverno è partita. In bozza due filoni: torneremo a parlare di mafia e di donne, con un focus su abilismo e disabilità. E poi: intelligenza artificiale, salute mentale e stereotipi. Come sempre, scrivetemi se avete proposte, critiche, idee: ester.castano@odg.mi.it




